Giustizia

14.11.2015 06:28

Sappiamo tutti che le leggi sono fatte per essere interpretate. E sappiamo tutti che le sentenze formulate nel nome del popolo italiano, sono emesse da persone, quindi fallibili. Ciò detto capita di imbattersi in sentenze – ripetiamo emesse da esseri umani che non godono dell’infallibilità pontificia – delle quali è quasi impossibile trovare la ratio legis. Che dire, infatti, di fronte alla sentenza emessa dai giudici della quarta sezione civile del Tribunale di Genova - un uomo e due donne -  che non hanno considerato colpevole della separazione un uomo la cui moglie dopo 24 anni di soprusi e botte, si era decisa a sporgere denuncia e a chiedere per sé un indennizzo o un assegno mensile per potersi mantenere? Pur non conoscendo nei dettagli la sentenza, il motivo per come è stato riportato dai giornali che se ne sono occupati è sconcertante: “La signora ha di fatto tollerato tali condotte”, in quanto la donna stessa “ha ammesso che tali condotte sono iniziate nell’anno 1991, subito dopo la celebrazione del matrimonio”. Quindi un quarto di secolo di botte, soprusi, sopraffazioni, cure al pronto soccorso e una situazione famigliare disastrosa (tutto documentato con tanto di referti) non sono stati sufficienti ai giudici per riconoscere le colpe dell’uomo e per addebitare allo stesso la colpa del divorzio. I giudici hanno riscontrato quasi tutto quanto è stato portato a difesa della donna, ovvero che “è stata costretta a lasciare la casa coniugale per le continue percosse e minacce subite dal marito, che da anni spesso il marito arrivava a casa ubriaco, insultava e percuoteva la moglie e che dopo anni di accessi al pronto soccorso la convivenza non poteva protrarsi oltre”. E allora? Allora siccome la donna ha atteso 24 anni prima di andarsene di casa ed essere ospitata in una comunità protetta, le vittima tollerava le condotte violente dell’uomo che l’aveva sposata e dal quale aveva avuto due figli di cui uno finito in galera e l’altra portata via dai servizi sociali. Non sappiamo se i giudici si sono posti questa domanda: la donna ha sopportato per debolezza, per paura o perché la somma di debolezza e paura ha fatto in modo che la poverina pensasse di non aveva scelta se non quella di stare in quella casa? Una risposta sensata di fronte ad una domanda simile forse avrebbe spostato l’ago della bilancia da un’altra parte. Invece è finita come è finita. Forse la sentenza è giuridicamente ineccepibile, ci è concesso almeno rabbrividire di fronte ad una simile sentenza e a chi esercita la Giustizia in nome del popolo italiano?


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